Albert Camus non è stato prolifico come artista, anche perché si è dedicato a una rilevante produzione saggistica e a una generosa attività di promozione culturale.  Il suo nome ricorda subito il narratore dello Straniero e della Peste, ma non possiamo dimenticare che egli è stato un drammaturgo che, nonostante l’esiguità della sua produzione, ha dato un paio di opere molto importanti al teatro non solo francese del Novecento. Caligola, il suo capolavoro, è la dimostrazione che l’ultima versione di un’opera non è sempre la migliore. Camus lavorò alla tragedia dal 1937 al 1958 e ne scrisse tre stesure, che presentano notevoli differenze l’una dall’altra.

La versione del 1939 rappresenta un Caligola che reagisce alla morte della sorella e amante Drusilla negando la società e le sue istituzioni, fino al compimento di un suicidio rituale che consenta la reintegrazione nella vitalità indifferenziata del cosmo. E’ un personaggio artisticamente riuscito, ma l’opera, sotto il profilo della teatralità, è indebolita dalla mancanza di contrasto dialettico con gli altri personaggi, che sono quasi insignificanti. La terza stesura, del 1958, ha risentito negativamente dell’impegno dell’autore di adattare il testo alle mutate condizioni di un mondo ancora convalescente degli infiniti lutti provocati dalla guerra. L’imperatore romano è divenuto inequivocabilmente un pazzo, che per di più non si astiene da sentenze piuttosto moralistiche, e il suo antagonista, Cherea, ha perso gran parte della sua problematicità.

È indubbiamente la seconda stesura, del 1941, quella che fa di Caligola un personaggio di una complessità psicologica, e anche in senso lato filosofica, che forse non avevamo più ritrovato nel teatro europeo dal tempo di Amleto. Qui Camus introduce il personaggio di Elicone, uno schiavo liberato da Caligola, che nel corso della tragedia non solo diventa il suo amico più fedele, ma anche un suo particolare alter ego. Ma il personaggio che acquista maggiore spessore e importanza nell’economia dell’azione è senza dubbio Cherea. Il personaggio secondario della prima stesura è ora divenuto un intellettuale che più di tutti comprende le ragioni di Caligola, ma non può, o forse non osa, condividerle. Dopo aver abbandonato, obtorto collo, il mondo prediletto dei suoi libri, Cherea non può sottrarsi all’imperiosità di un’azione che pure gli ripugna, capeggiando la congiura che provoca l’assassinio dell’imperatore.

E’ pazzo Caligola? Nel corso della tragedia sembra che a tratti lo sia, ma se pazzia è, “c’è del metodo in essa”, come dice Polonio di Amleto. L’accostamento dell’imperatore romano con il principe danese rivela una caratteristica che li accomuna: come Amleto, Caligola non solo recita una parte, ma funge anche da regista di una tragicommedia in cui costringe i suoi interlocutori a interpretare la parte che ha loro assegnata. Egli afferma egocentricamente se stesso contro gli altri, per difendere, a qualsiasi costo, la solitudine della sua sofferenza, disgustata di tutto e di tutti. La sua ossessione di assoluto insegue, attraverso un pervertimento dei valori che non rifugge dalla crudeltà gratuita del delitto, il fantasma di una libertà impossibile. Sarebbe vano pretendere di illuminare fino in fondo la sua natura, perché nessuna sonda può inabissarsi a tal punto. Come tutti i grandi personaggi tragici, Caligola deve il suo fascino artistico soprattutto alla sua zona d’ombra.

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