E’ lecito chiedersi quanti conoscano l’origine del termine sosia. Come la Perpetua manzoniana, il Sosia dell’Amphitruo di Plauto ha avuto tanto successo da divenire un nome comune. E’ l’opera che ha conosciuto più rielaborazioni nella storia del teatro. Nel Novecento Giraudoux le ha contate e ha intitolato la sua versione Amphitryon 38.

Nella tragicommedia plautina gli dei assumono le sembianze degli uomini. Quando Sosia ritorna ad annunciare ad Alcmena il ritorno del suo padrone Anfitrione da una vittoriosa spedizione militare, trova l’ingresso della casa sbarrato da Mercurio, che ha assunto il suo aspetto. Dalle parole, poiché entrambi sostengono di essere il vero Sosia, alle minacce e alle percosse il passo è breve. Il povero Sosia ovviamente ne esce con le ossa ammaccate.

Il tema del doppio qui è declinato in chiave comica, e l’incontro–scontro tra i due personaggi è l’episodio più esilarante dell’opera. Con questa e altre due pièces di Plauto, Bacchides e Menaechmi, nasce quella commedia degli equivoci che conoscerà una straordinaria fortuna nella storia del teatro.

Sosia si ritrova di fronte un doppio che gli racconta un episodio che nessun altro tranne lui poteva sapere. Durante la battaglia, infatti, egli si era chiuso in una tenda e scolato un orcio di vino puro. Sosia perciò entra in crisi fino al punto di dubitare della propria identità. Insistendo su questo tema, Plauto avrebbe rischiato uno scivolamento nel tragico, che qui è solo sfiorato.

Due millenni dopo l’Amphitryon di Kleist avrebbe varcato la soglia del tragico, rappresentando la crisi interiore del personaggio di Alcmena, il più importante dell’opera. Dopo aver scoperto di essere stata amata dal dio Giove con le sembianze di suo marito Anfitrione, la donna esprimerà l’impossibilità di ritrovare la normale dimensione umana con il sospiro più eloquente e artisticamente persuasivo.

 

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