Il romanzo è un genere prevalentemente drammatico. Nella sua storia sono rare, se non molto rare, le opere umoristiche, mentre sono frequenti nel teatro e nel cinema. Di questo non è facile argomentare la ragione, e comunque non è certo questa la sede. Nella letteratura europea gli scrittori che hanno maggiormente frequentato il genere umoristico, o anche scopertamente comico, sono gli inglesi e i russi.

Noi italiani non facciamo certo eccezione. Nell’Ottocento l’unico grande scrittore che sia anche un umorista è Manzoni, nel Novecento abbiamo Svevo e Gadda. Ogni narrazione umoristica deve quindi essere salutata con entusiasmo, e sono certo che lo faranno senza esitare i lettori di quel gioiello, quasi sconosciuto, che è costituito da Alpinisti ciabattoni di Achille Giovanni Cagna, apparsi nel 1888.

La trama è quanto mai lineare e la vicenda non molto originale. La narrazione delle goffe disavventure di due maturi sposi di provincia in vacanza  non è nuova sotto i cieli della letteratura, ma è sempre nuova se la penna è quella di uno scrittore autentico.

Gli sposi sono il sor Gaudenzio Gibella e la sora Martina, due onesti bottegai di Sannazaro Lomellina, che dopo vent’anni di ininterrotto lavoro hanno deciso di concedersi l’agognata vacanza sulle rive del lago d’Orta.

I guai cominciano subito per la coppia: Martina è stizzita dal tormento che le provoca una scarpa, alla locanda dove alloggiano viene loro servito un pasto immangiabile tra un nugolo di zanzare e un impiegato li molesta con il racconto di un suo amore infelice.

Evidentemente essi attirano gli importuni: successivamente dovranno sopportare l’enfatico sproloquio di un professore di ricerche storiche, del quale susciteranno l’indignazione addormentandosi.

Cominciamo subito a conoscere questi due coniugi, che non sono molto simili per carattere: Martino è schietto, espansivo e di buon cuore, mentre Martina è piuttosto vanitosa, dispettosa e irritabile. Non di rado si è rimproverato a Cagna di indulgere alla definizione di tipi, se non di macchiette, senza pervenire alla creazione di veri personaggi. A me sembra che in questo romanzo egli si sia quasi completamente liberato di tale impaccio.

Un aspetto frequente di coloro con i quali i Gibella vengono a contatto è la necessità di raccontarsi, ma tutti mantengono un’identità che li innalza alla dignità di personaggi: l’autore li osserva divertito dalla scoperta delle loro debolezze e manie, che li rendono ridicoli, patetici o grotteschi. (continua)

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