Edoardo Calandra nacque a Torino nel 1952, in una famiglia in cui la cultura era di casa: suo padre, avvocato, aveva la passione dell’archeologia (finanziò gli scavi, diretti proprio dal figlio, di una grande necropoli longobarda a Testona di Moncalieri), e a causa dei suoi impegni di deputato affidò il bambino e suo fratello Davide alle cure del nonno materno, che era un collezionista di antichità.

Edoardo fu attratto in un primo tempo dalla pittura: frequentò l’Accademia Albertina e uno studio privato, e rivelò subito quelli che saranno i suoi interressi anche di narratore. Non raggiunse vette elevate, ma i suoi quadri di soggetto storico incontrarono una buona accoglienza.

A tali soggetti si mantenne fedele anche dopo aver compiuto un viaggio a Parigi, dove l’impressionismo non lasciò in lui alcuna traccia. Il suo congedo dalla pittura non fu mai definitivo, perché l’editore torinese Casanova gli affidò il compito dì illustrare le opere di alcuni scrittori importanti che lui aveva conosciuto frequentando il suo negozio, tra le quali Novelle rusticane di Verga.

Questa attività ibrida riveste un significato quasi simbolico nella biografia di Calandra, che stava per scoprire la sua vocazione più autentica di narratore, alla quale si dedicò in modo esclusivo, se si eccettua l’impegno di alcuni anni rivolto al teatro, con mediocri risultati.  Fin dall’inizio lo scrittore non manifestò esitazioni sui temi della sua produzione, e delle sue opere fu anche illustratore.

La sua passione e la sua fonte di ispirazione furono il medioevo (progettò con il drammaturgo Giuseppe Giacosa il borgo del Valentino) e, soprattutto, il vecchio Piemonte, che diede il titolo a due raccolte di racconti. E’ il Piemonte a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, ancora patriarcale, in cui l’aristocrazia è in declino e la borghesia non misura bene le sue forze, scosso da sussulti rivoluzionari.

Calandra è uno scrittore disuguale e scarsamente prolifico, anche a causa della brevità della vita, stroncata prima dei cinquant’anni da un collasso cardiaco. Nei suoi primi racconti e romanzi l’ispirazione è frammentaria, la fantasia impacciata, i moduli stilistico-espressivi incerti.

Difficile quindi classificarlo: si potrebbe considerarlo un esponente della Scapigliatura per l’interesse per la parapsicologia, ma per lo stesso motivo anche del Decadentismo, analogamente al suo contemporaneo Fogazzaro.

Nulla avrebbe lasciato prevedere l’autore del capolavoro La bufera, la cui grandezza però non spicca del tutto isolata, perché fu seguita dalla Signora di Riondino, uno dei due brevi romanzi compresi nel volume A guerra aperta, pubblicato nel 1906. Anche qui, come già nella Bufera, una dolente figura di donna, anche qui il tema dell’attesa.

Nella Signora di Riondino non c’è, né ci può essere, uno scontro con un antagonista, perché questo è assente, a meno che non si voglia identificarlo con la storia stessa, quale si manifesta con la guerra, l’evento cieco e caotico che sconvolge la struttura sociale e isola l’individuo, inibendone ogni possibile iniziativa. L’autore illumina l’angoscia della protagonista con rapidi tocchi, che ricordano la tecnica della velatura pittorica rinascimentale.

Con questi due capolavori Edoardo Calandra s’impone come uno dei più grandi narratori a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.

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