Vi riporto in successione, di questo romanzo di cui ho pubblicato lo scorso anno una revisione in self publishing, una valutazione epistolare di Giorgio Bárberi Squarotti, una recensione di Alessandra Galetto, giornalista letteraria del quotidiano “L’Arena”, e uno stralcio delle pagg. 35-37.

«L’autore sa armonizzare mito e ironia, storia e attualità, filologia ed evocazione dionisiaca con straordinaria sapienza di parola e con efficace animazione di personaggi, fino alla visionarietà più intensa… Al romanzo vero e proprio ha aggiunto note e commenti e citazioni argute e dottissime al tempo stesso: che gioia, allora, ritrovare così viva e sapiente la tradizione e i miti greci per opera sua, della sua scrittura!»

«Un paesaggio… sotto le luci più abbacinanti della solarità mediterranea diventa teatro per presagi ed epifanie. Il romanzo ha un tempo unitario che lo rende tanto più avvincente: la scrittura è compatta e gli eventi si snodano legati strettamente da una sorta di tensione. Il tema è classico per eccellenza: amore e morte, eros e thanatos, motivo dominante che si ritrova poi declinato come comune denominatore a connotare le opposte tensioni dell’animo dei vari personaggi… È proprio una classicità rivista come in una prospettiva di “realismo magico”, colta nella sua indecifrabile fisicità, a creare il fascino più vivo.”

Mentre giaceva inerte con la nuca accostata a una radice, Angelópoulos avvertì – quanto più tardi non avrebbe saputo – la fragranza di una brezza su una guancia. Socchiuse le palpebre vischiose e intravide, poco più avanti, su uno spuntone di roccia, due talloni nudi. Per il suo sguardo ripido fu una pena risalire lungo le lisce gambe nervose, sui glutei nudi e colmi e lungo il dorso. La brumosa fessura delle sue palpebre delineava un profilo giovane di una femminea virilità; fulvi capelli ricci germogliavano i pampini che arruffavano la sua tempia. Egli intravide ancora un grosso bastone avviluppato da corimbi percuotere la roccia, i talloni dei piedi che si allontanavano, la punta di quel bastone che sfiorava la terra. Un impulso fulmineo gli impennò dolorosamente il membro. Cercò di richiamare quel giovane, d’invocare il suo aiuto, ma riuscì soltanto a raucare un gemito. I suoi occhi angosciati rivedevano un volto che osservava le sue scarpe perplesse, suggerendogli di tornare a Faistós…

Quel sussurro, lieve, ora più distinto, forse il ronzio di un insetto… Angelópoulos si riscosse con un sussulto, e scorse uno zampillo che sprizzava dalla roccia. Lo sogguardò, le pupille ottuse, finché con uno strappo non strisciò sui gomiti sino a quel fiotto, sotto il quale rimase a lungo a ravvivarsi la gola. Infine si rizzò in piedi e riprese il suo cammino nel bosco.

Ἄριστον μὲν ὕδωρ. Tháles è savio, non Anaximénes, non Ménandros. Tutto è acqua, we are such stuff as water is made on. Prima ero morto e sono tornato in vita, ero perduto e mi sono ritrovato. Alles ist aus dem Wasser entsprungen, e anche l’acqua è nata dall’acqua: così parlò il Nettunistra. Viva l’acqua spumeggiante come il riso dell’amante… Promethéus è stato incatenato perché non riveli agli uomini l’ambrosia che rende immortali. Brindo a te, soave nettare degli dei, che non volete rivelare il vostro segreto agli uomini. Ma sarò io ora il nuovo Promethéus, scenderò dalla montagna per rivelare agli uomini l’oracolo della Diva Bottiglia d’acqua. Non chiederò ghirlande né sacrifici, ma solo un cratere di fonte Bandùsia di console novello. Ma voi, che volete, biechi sciancati? Avvicinatevi, posso sradicarvi e scagliarvi lontano come cipolle. Avvolgiamoci una morbida spugna intorno alle tempie, ora bisogna bere e inebriarsi d’acqua, perché è morto Papadópoulos. E voi, chi siete che danzate ignude questo vortice intorno a me? Neréides, Dryádes o Hamadryádes? La vostra risata è sorgiva del Kithairón, sono grappoli di polle le vostre mammelle. Voglio baciarvi coi baci della mia bocca, voglio trafiggervi col mio priàpo, che trabocca della schiuma di Aphrodíte. E tu, che vuoi, maschera barbuta? Avvicinati, che ti strapperò quella barbabietola e ne farò un amuleto. E tu, pastorello finocchiesco? Accostati, ti scaverò tra i glutei un antro sanguinoso dove i tuoi compagni potranno riposare. Dove correte, dove fuggite. È vana la vostra fuga, io v’inseguirò oltre le colonne di Heraklẽs, fino a quel paese dove gli uomini non conoscono il mare, non mangiano cibo condito con sale

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