L’atto più impegnativo che compie la trepida e malinconica Liana è la corsa in calesse a Racconigi, dove crede di riconoscere il marito tra la folla tumultuante e lo cerca invano nel labirinto di strade e di cortili, di androni e di botteghe – una pagina tra le più belle del romanzo, che pure non si presta agevolmente a scelte di carattere antologico.

Il terzo personaggio è il giovane conte Massimo Claris, amico di Luigi e attratto dalla figura gentile di Liana, il quale li accompagna in lunghe e dilettevoli passeggiate nella campagna circostante. In contrasto col padre, Massimo soffre di un tedio che non è lo spleen degli aristocratici oziosi: la sua è una noia degna di rispetto, dovuta all’incapacità di definire il suo rapporto con Liana e di compiere una scelta convinta sul piano politico.

Come i personaggi di Stendhal risentono dell’energia del loro creatore, così quelli della Bufera manifestano gli stessi caratteri che furono di Calandra, uomo umbratile e di una signorile riservatezza. Essi non s’immaginano nemmeno di poter dominare gli eventi, sono persone comuni, inquiete, sentimentali, i cui gesti sono soffusi da una delicata sensibilità.

Anche quando a poco a poco si rassegna ad accettare la morte del marito, Liana non ha il coraggio di confessarlo a se stessa, mentre Massimo è inibito dal dichiarare il sentimento che prova per lei. Il silenzio di entrambi è il loro modo di eludere una realtà che li ferisce. L’amore, che queste creature ideali infine riescono a riconoscere, assume il carattere, più che della passione, dell’idillio nella cornice affabile della natura, dove giunge attenuato il rombo della guerra.

Ma questa, che ha già risucchiato Luigi Ughes, è una realtà che non tollera di essere ignorata, tanto meno nelle campagne, funestate da bande di sanfedisti e briganti comuni. La guerra è un evento cieco e improvviso, e aggredirà i due gentili amanti con il suo volto più laido e osceno.

Calandra, dopo aver pubblicato il romanzo nel 1898, ne pubblicò una seconda versione, profondamente revisionata, nel 1911, poco prima di morire. Era rimasto certo insoddisfatto della imperfetta fusione tra la precisione del quadro storico e l’amabile velatura che avvolge i protagonisti e il paesaggio.

Un elemento che non consente di considerare storico il genere del romanzo, e che torna a favore della sua modernità, è l’ottica soggettiva dei personaggi che caratterizza la narrazione. L’autore si serve abilmente a questo scopo del discorso indiretto libero, che gli serve anche per insinuare in modo inavvertito il suo personale punto di vista.

Il lettore non ritroverà nella Bufera gli espressionistici virtuosismi linguistici e stilistici che ravvivano i romanzi brevi degli Imbriani, dei Faldella e dei Cagna. Scoprirà invece la leggerezza, lo sfumato, il passo pudico con cui Calandra, pagina dopo pagina, struttura il suo corposo romanzo, dal quale ci si congeda a malincuore.

 

 

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